Il libro della Locanda


DALLA GENESI ALLA RIVELAZIONE


C’ERANO UNA VOLTA I ”SOUND & MUSIC”…

Alla fine degli anni ’60, sulla scia dell’imperante R&B,  uno dei gruppi piemontesi più accreditati del genere erano gli astigiani “Sound & Music”. Della nutrita formazione, 9 elementi (batteria, basso, chitarra, tastiere, sax tenore, sax contralto, sax baritono, tromba, voce) facevano parte Giorgio Gardino alla batteria (che oltre a  picchiare sulla sua “Rogers”  cantava pure in alcuni brani..), Luciano Boero al basso (lui pure cantava in qualche brano…) e…udite, udite, Oscar Mazzoglio alla chitarra. Il gruppo aveva buona fama e le scritture nelle di allora sale da ballo non mancavano  di certo. Ma, dopo lo splendore, come tutti i generi, anche l’R&B seguiva l’onda delle mode, così all’inizio degli anni ’70 l’interesse già si spostava verso altri generi. Giorgio e Luciano, che condividevano quotidianamente il caffè del dopo pranzo al bar Cocchi di Asti, erano affascinati dai “nuovi” artisti, quali  Brian Auger, Deep Purple, Chicago, Gentle Giant, Jethro Tull, Blood, Sweat & Tears, Colosseum, ELP, King Crimson, ecc. Così, decisero che una svolta era necessaria; tanto, i Sound and Music avevano i giorni contati… Perché non riformare un nuovo gruppo con formazione più snella, ma soprattutto, più rock? 


LOCANDA DELLE FATE

Serviva però un tastierista in gamba, con testa. Fu così che si arrivò ad Oscar; aveva studiato fisarmonica prima della chitarra… Oscar accettò con entusiasmo di unirsi al nuovo progetto come tastierista; mancavano però ancora degli elementi, che furono reclutati tra i migliori disponibili allora sul mercato. Così si aggregarono Beppe Cagnasso di Alba alla chitarra, Gino Scarsi di Canale al sax contralto e flauto, Giancarlo Ferrero di Alba alla voce. Eravamo a primavera del 1971. Si trovò come sala prove una cantina di Piazza Alfieri, esattamente sotto l’Asti Bar (era la cantina del bar..). I Sound & Music suonavano in quel periodo tutti i sabato sera, domenica pomeriggio e domenica sera al dancing “Roma” di Canale d’Alba, così il gruppo propose all’allora proprietario del dancing, il conte Gerardo Malabaila di subentrare con il nuovo gruppo, di lì a  un mese, ai “Sound”. Il proprietario accettò di buon grado, tanto da accettare pure di anticipare una certa somma necessaria per l’acquisto di un organo Hammond, indispensabile per il nuovo genere che il gruppo si accingeva a fare. Un giorno si andò tutti, conte Gerardo compreso, a Torino, al negozio di strumenti musicali “Maschio” di Piazza Castello. Lì, in vetrina, troneggiava un bellissimo Hammond B3 con Lesile 50…In breve, l’organo fu acquistato quel pomeriggio stesso al prezzo di 3.000.000 di lire +  300.000 lire per il Leslie: un’enormità per allora! Il proprietario, Maschio, ci disse però che lo strumento era già stato dato a nolo per un concerto, che si sarebbe tenuto di lì a pochi giorni al teatro Carenano, niente popodimeno che al grande Jimmy Smith, e che quindi sarebbe stato ritirabile solo dopo il concerto. Figurarsi la nostra eccitazione! La sera del concerto eravamo tutti là a vedere Jimmy suonare il “nostro” hammond.

Quando anche il B3 calò nella cantina di Piazza Alfieri, una cosa mancava: il nome. Luciano arrivò una sera eccitato: si era ricordato di aver letto in un trafiletto della  Stampa che nei dintorni di Roma, a Rocca di Papa, avevano scoperto una casa di appuntamenti clandestina. Locanda delle Fate era il nome dell’equivoco albergo. -Locanda delle Fate, bellissimo! - tutti dissero… e  Locanda delle Fate fu.


TUTTE LE STRADE PORTAVANO AL “ROMA” 

Il dancing Roma di Canale d’Alba era in quegli anni un riferimento per la buona musica e ci gravitavano giovani di mezzo Piemonte. Lì il gruppo suonò senza cachet per  6 mesi tre volte la settimana per restituire la somma anticipata per  l’Hammond: ma il sentire quel suono meraviglioso ricompensava tutti quanti del sacrificio. Quando finalmente i debiti furono saldati (compreso l’impianto voci G.R.S. rilevato dai Sound & Music), il gruppo cominciò a spostarsi in altre sale da ballo, che via via cominciavano ad apprezzare la Locanda. E’ in quel periodo, dal 1972 al 1975, che ci fu nella formazione un gran via vai di elementi. Solo il nocciolo duro di Giorgio, Luciano ed Oscar resisteva. Per primo se ne andò Giancarlo, per motivi personali. Per un lungo periodo non fu sostituito e le sue parti vocali furono rilevate da Luciano. Poi lasciò Gino, per sempre per motivi personali: di lui e del suo flauto non ci fu sostituzione, per lo meno fino  a diversi anni dopo, quando si unì al gruppo Alberto Gaviglio. Poi toccò a Beppe, ancora per motivi personali. Lui, invece, fu prontamente sostituito; gli subentrò l’alessandrino Paolo Stella, un rockettaro molto grintoso (Gibson Les Paul dorata + Stack Marshall 50W) innamoratissimo dell’ hard- rock e in particolar modo dei Deep Purple. Fu così  che il gruppo ebbe una svolta musicalmente molto “hard”, portando nelle sale, oltre al solito repertorio, il meglio di “Deep purple in rock” e “Machine Head”.  Intanto il vecchio impianto voci GRS si fuse  e lo  sostituimmo con un Semprini, 2 casse grandi + 2 piccole utilizzate come spie, più quel meraviglioso rack grigio con tutte quelle lucine azzurre, compresa la camera eco a nastro, sempre frusciante come un vecchio vinile…Più tardi, sostituimmo anche il Semprini con un LEM, di nuovissima concezione, per allora: casse con cross-over e  trombe per gli acuti! Nel 1972 si sentì l’esigenza di avere un cantante, che puntuale arrivò: si trattava dell’ astigiano Bruno Poggio, dotato di notevole estensione vocale e grinta. Con questa formazione la Locanda andò avanti per un anno circa. Il “Roma” di Canale d’Alba, il “Vallerana” di Acqui Terme, come pure la “Rosa Bianca” di Calamandrana e la “Croce Bianca” di Mombercelli erano i dancing in cui prevalentemente ci alternavamo, più una serie infinita di altri piccoli locali,  compresi balli a palchetto. Paolo era molto professionale, Sul palco aveva grinta da vendere; alle prove arrivava ad Asti da Alessandria con il treno, quindi puntualissimo, ed altrettanto con puntualità svizzera riprendeva il treno verso la mezzanotte. Ma aveva il suo tallone d’Achille: era alessandrino ed in quegli anni ad Alessandria furoreggiava “Quel pazzo mondo”, gruppo “leggero” ma che contava all’attivo un paio di 45 giri, nonché un nutritissimo seguito di ammiratori ( ed ammiratrici…). Così, quando  “Quel pazzo mondo” dovette sostituire il chitarrista e fece l’offerta a Paolo, quest’ultimo, molto educatamente ma risolutamente,  ci diede i canonici otto giorni e si unì a loro.


UNA LOCANDA AL BIVIO

A seguito dell’uscita di Paolo, avvenuta ad inizio 1973, ci fu un periodo di sbandamento. Se ne uscì anche Bruno Poggio per sopravvenuti impegni di lavoro. Si cercava così disperatamente un chitarrista/cantante di buon livello, ma era un’impresa tutt’altro che facile. Nella cantina di piazza Alfieri si presentarono diversi candidati, ma nessuno possedeva i requisiti richiesti. Una sera si presentò Ezio Vevey, un tipo molto alternativo, dalle lunghe chiome bionde  divise sul capo che rimandavano al primo Neil Young. Premesse che aveva già un suo gruppo “La  Vedova Romanengo” e che era contento di suonare con loro. Quella sera suonò di tutto con una tal grinta e maestria che ci lasciò attoniti; era un tutt’uno con la sua chitarra, sia elettrica che acustica e cantava con altrettanto talento. Eravamo elettrizzati, l’avremmo ingaggiato al volo, glielo dicemmo, ma Ezio fu irremovibile. Sono venuto così, tanto per sentire… disse; magari in futuro chissà, per ora sto bene dove sono... Arrivò una sera un tal Marcello, di Acqui Terme: aveva una Les Paul ed era molto bravo, specialmente sul blues. L’avremmo ingaggiato subito, ma anche lui non era disponibile perché aveva già un suo gruppo. Però ci lasciò il numero di un suo amico, chitarrista  e flautista, sempre di Acqui terme…un tal Alberto  Gaviglio… 


ALBERTO

Dopo una telefonata, una sera di primavera 1973, Alberto arrivò. Gli avevamo dato appuntamento davanti all’Asti Bar; alle 21 vedemmo fermarsi un Volkswagen maggiolone bianco con capotte nera e discenderne un tipo un  capellone, uno studente di Architettura dall’aria intellettuale, molto figo, di quel genere per cui  le donne son disposte a farsi i dispetti l’un l’altra per strapparselo. Aveva una Gibson diavoletto rosso cherry e un mitico Vox AC30. Era reduce dallo scioglimento della “Polvere nera”, quindi libero da impegni. Suonò e cantò con la perizia del  musicista consumato, in più aveva un indiscutibile carisma e comunicatività. Ci serviva moltissimo un personaggio come lui, per cui venne arruolato. Dopo l’uscita di Paolo Stella, sentivamo tutti il desiderio di dedicarci ad un genere più “soft”, musicalmente più raffinato. Alberto aveva il tocco, sia alla chitarra che al flauto, ideali per generi come  King Crimson, Genesis, Gentle Giant,  Yes, ecc. Ed infatti ci dedicammo appieno a quei generi. “I talk to the wind”, “In the court of crimson king”, “Epitaph” diventarono il nostro verbo. Contemporaneamente sentivamo la necessità di inserire un secondo tastierista, anzi, per la precisione un pianista. Una sera Alberto portò con sé un pianista di Acqui, Andrea Papadopuli. Era bravissimo, ma anche lui aveva già un gruppo, così il matrimonio non si fece…


MICHELE

Luciano era a quel tempo collega di lavoro di Giulio Conta, il quale gli elogiava frequentemente il figlio Michele che studiava pianoforte al Conservatorio. Perché non tentare di inserirlo nella Locanda? Andammo una sera a casa di Michele, tanto per conoscerci. Michele era un ragazzetto smilzo, dalle lunghe chiome nere, un po’ timido, ma che si trasformava appena seduto sullo sgabello del suo pianoforte: aveva infatti una grande talento  e quella sera di fronte a noi eseguì con grande maestria diversi pezzi classici. Ci piacque moltissimo; lui, dal canto suo non aveva esperienze precedenti in fatto di gruppi, ma, pur se con qualche riserva iniziale, accettò di provarci. Noleggiammo un pianoforte acustico verticale da “Torchio strumenti musicali” di Asti e lo scendemmo nella solita cantina di Piazza Alfieri. Infilammo un microfono quasi a contatto delle corde ma si sentiva poco o niente ed in più il piano non teneva l’accordatura. Michele picchiava sui tasti, apprezzavamo l’intenzione, ma sapevamo tutti che dovevamo fare qualcosa… D’altronde, mai e poi mai avremmo voluto passare ad un piano elettrico, Fender o altro. E qualcosa facemmo: in prima cosa Michele comprò un Petrof nuovo di zecca, poi comprammo un Minimoog e una tastiera per violini Solina, poi decidemmo di cambiare l’amplificazione: via il vecchio Lem e sostituzione con un nuovo impianto Lombardi. Infatti, partimmo  per Castrocaro Terme con tutti gli strumenti per incontrare il Sig. Lombardi. Lui ci disse: -Niente paura, vi amplifico tutti io, l’ho già fatto con la Premiata e persino il Lake (Greg n.d.r), quando ha provato il mio ampli per basso, c’è rimasto di m...!-Più convincente di così…. Con un trapano fece 2 piccoli incavi nel somiere, una verso la parte alta della tastiera, l’altro verso la parte bassa e ci piazzò due microfoni a condensatore collegati a un piccolo equalizzatore grafico JVC Nivico. Miracolo: funzionava tutto benissimo! Poi, piazzò due micro in posizione diametralmente opposta al Leslie, ci diede un piccolo impianto voce mixer+ 2 casse come spie per i due tastieristi, più un mixer 16 canali e due enormi casse da 500 W con cassa  tweeter separata e fu tutto OK. Provammo qualche pezzo lì nel suo capannone e tutto girava bene… 


LO SFRATTO: PIAZZA ALFIERI ADDIO

Tornammo ad Asti gasatissimi e calammo tutta quella roba nella solita cantina. Ma di lì a poco intervenne un evento nuovo: ci sfrattarono dalla vecchia amata cantina (il bar ne reclamava l’uso e probabilmente i vicini si lamentavano), per cui traslocammo provvisoriamente in una sala prove in una cascina situata su una collinetta un po’ fuori dal centro, di proprietà del cantante Piero Cotto, dove lui pure ci provava con i suoi “Cottonfields”. Fu lì che cominciammo a maturare l’idea di fare dei pezzi nostri. Luciano arrivò con un suo pezzo che si chiamava “Il mercante e lo storpio” e ci buttammo capofitto nell’arrangiamento. A quel tempo avevamo conosciuto un paroliere astigiano, Livio Musso, che aveva cominciato un po’ a farci da produttore. Lui conosceva Paolo Conte, con il quale aveva collaborato. Una sera ci portò da lui; ci presentò come una band rockettara in cerca di qualche buon pezzo. L’avvocato si sedette al suo piano a coda, proprio nel mezzo del suo salotto, e iniziò ad accennare una miriade di idee, bofonchiate a mezzo fiato con la voce. Ma ci dava l’idea di ascoltare brani da liscio, così Livio si congedò dicendo: -Paolo, magari ci fai una cassetta con qualche idea finita, così vediamo un po’ se è quello che cerchiamo- . Appena usciti in corso Dante ci buttammo a terra dal ridere e tutto finì lì… Ancora oggi ci vergogniamo un po’ di quella sera, Paolo Conte diventò un grandissimo artista, apprezzatissimo anche da noi, ma tant’era, avevamo le orecchie ormai solo più permeabili al Rock. 


ARRIVA EZIO

Una sera, mentre eravamo alle prove da Piero Cotto, si presentò Ezio Vevey. Si sedette in un angolo ed ascoltò noi che provavamo “Il mercante….”. Fu così entusiasta che ad un certo momento disse: - ragazzi, se mi volete ancora, io ci sono, anche da subito…- Non credevamo alle nostre orecchie, Ezio  era un mostro di bravura e non ci sembrava vero poter rinforzare l’organico con un musicista della sua caratura. Anche Alberto ne fu felicissimo. Ezio entrò nell’organico quella settimana stessa. Noi suonavamo ad “Asti Lido”; Ezio arrivò con la sua Les Paul dorata e il suo Marshall 100 W stack, lo piazzò orientato verso la parete posteriore del palco e suonò con noi già dalla prima volta, senza provare nulla. Ad un nostro cenno partiva e faceva le improvvisazioni… Ci sentivamo un vero gruppo, forte, senza timori reverenziali per alcuno. Poi, tramite Livio Musso, ottenemmo un’audizione presso lo studio di Riccardi-Arbertelli di Tortona: ci andammo e  registrammo “Il mercante…”. Lo cantava Alberto, in una tonalità impossibile. Ma erano interessati più a un dopo-Drupi che a un gruppo rock, quindi non se ne fece niente…Per la cronaca, “Il mercante e lo storpio”, che fu la molla che attirò Ezio nella Locanda, fu accantonato e non se ne fece più nulla, se non riprendere un’anno più tardi il suo largo centrale ed utilizzarlo, con un nuovo testo,  come parte lenta centrale di “La giostra” ( in pratica da “Dove incomincia e finisce il mare..” in poi).


IL TRASLOCO ALLA CANTINA DI CORSO SAVONA

Da Piero Cotto eravamo ospiti provvisori, cercavamo una sistemazione definitiva. Questa venne  nel settembre del 1975 quando trovammo ad affittare una cantina con annesso garage in corso Savona. Il locale era piuttosto angusto, ma ci rimboccammo le maniche: dapprima provvedemmo all’insonorizzazione (sopra c’era un condominio!), cosa che facemmo da soli, utilizzando materiali a basso costo, moquette sul pavimento, controsofittatura a base di lana di roccia e polistirolo, cartone + contenitori di uova alle pareti. Incredibile, ma in quei pochi metri quadrati senza finestre, tra la nebbia del fumo delle sigarette ci passammo i nostri momenti più belli e lì venne fuori tutto il “Forse le lucciole non si amano più”. Il desiderio di sempre perfezionarci ci aveva spinto a rinnovare parte dell’amplificazione, quindi il Leslie 50W fu sostituito con un Leslie Lombardi 200W, il Mixer 16 canali Lombardi con un bellissimo prototipo Davoli, un mixer a 24 canali color aragosta equipaggiato con 24 equalizzatori grafici, uno per ciascun canale. Ovviamente per pagare i debiti continuavamo a fare serate, così alternavamo, durante le prove, le cover  con i pezzi che incominciavamo a comporre. Ritornammo al Roma di Canale d’Alba con un buon contratto che avrebbe dovuto durare 6 mesi e che ci avrebbe permesso di sanare i debiti e pure guadagnarci qualche spicciolo; ma dopo poche serate fummo contestati dal proprietario: -Siete bravissimi, ma il genere che fate è troppo difficile, poco commerciale..-. Facemmo fagotto ma capimmo una cosa: eravamo davvero maturi per un salto di qualità. Cominciammo a fare serata in qua e là, dove invece ci capivano benissimo e, per il resto, ci rintanammo in cantina a tirare fuori quello che ormai dentro di noi stava straripando.


LUCCIOLE E LANTERNE

In cantina ci passavamo almeno due sere alla settimana, sempre facendo notte fonda. Michele, che era un vulcano di idee, portava degli spunti al piano, per poi ritrovarsi magari al pomeriggio successivo con Giorgio per combinare la ritmica con la batteria. Michele componeva come gli veniva spontaneo, giustamente senza curarsi se il tempo dei fraseggi ci stava in 4 o comunque in tempi canonicamente definiti. Giorgio era bravissimo a seguirlo e così, alle prove generali, già trovavamo un tessuto ritmico di base su cui costruirci l’arrangiamento. Ezio invece portava idee musicali più “quadrate” ma decisamente con matrice più rock e solitamente aveva quasi tutto già perfettamente chiaro in testa. Ma anche quando tutto pareva scontato, ecco che uno qualunque di noi proponeva un “qualcosa” che sviluppato, cambiava completamente lo scenario del pezzo. Allora provavamo e riprovavamo lo stesso passaggio infinite volte, perché sentivamo che la magia stava arrivando: mollavamo solo a notte tarda per trasferirci dal “Francese” per una pizza, dove si commentava la serata. A tavola si parlava dei testi, di come avrebbero potuto accompagnare la musica appena costruita. Alberto e Luciano sono sempre stati i parolieri del gruppo; Alberto aveva dalla sua più tempo a disposizione ( era studente universitario mentre Luciano già lavorava, così alla prova successivo batteva tutti sul tempo ed arrivava col classico foglietto con sopra una bozza del testo. Così vennero i classici “Forse le lucciole…”, “Profumo di colla bianca”, “Sogno di Estunno”, “Vendesi saggezza”, “Non chiudere a chiave le stelle”…

Cominciammo anche a registrarci, dapprima con il registratore a cassette TEAC di Giorgio, poi con un 4 tracce TEAC a bobine di Alberto. Così potevamo risentirci ed aggiustare i volumi in registrazione. Di solito eseguivamo i pezzi senza dare troppo peso alla parte vocale. In un secondo tempo, dicevamo… E il tempo arrivò. Sapevamo che per il repertorio che stavamo costruendo ci serviva un vocalist speciale, in grado di interpretare, oltre che di cantare. E lo cercavamo per ogni dove...


PER FORTUNA CHE C’E’ LEONARDO…

Ad Alba, una sera di febbraio del 1976  durante uno degli allora soliti  veglionissimi studenteschi, a Luciano parlano di un certo Leonardo Sasso, cantante  straordinario di Roma ma da poco trapiantato in Piemonte per questioni  di cuore ( la sua fidanzata era di Bra). Di Leonardo si sapeva anche che aveva militato come tastierista nel gruppo romano “Le Esperienze” , ovvero quelli che sarebbero poi diventati “Il Banco del Mutuo Soccorso”. Di Leonardo si narrava l sua straordinaria voce blues, tanto da non riuscire a distinguerlo ad occhi chiusi, si diceva, da un negro del R&B. Leonardo era lì presente, quindi di lì a poco, tramite amici comuni, l’incontro… Leo si dice interessato; Luciano invita Leo a casa sua per l’indomani. Leo arriva a casa di Luciano, si piazza davanti al pianoforte ed intona “It’s a man’s, man’s, man’s world”. Insomma, è folgorazione! Luciano ai soci di Asti dirà – abbiamo la voce!!! - Leo arrivò di lì a poco anche lui nella cantina di Asti, ascoltò attentamente e si rese conto del compito che lo  aspettava. Ci mise l’anima e in breve fece egregiamente sue le idee precedentemente traboccate dalle altre teste pensanti.


LE  TANTE GIORNATE MILANO

Nell’autunno del 1976 cominciammo a girovagare per le case discografiche di Milano con il demo di “Forse..”, sperando in un interessamento. Un giorno capitammo alla CBS; ci fecero accomodare nell’ufficio del Direttore, che allora era il M° Mescoli. Gli facemmo ascoltare il nastro… -Bravi- ci disse - bella musica davvero, anche se non è propriamente commerciale. Peccato che non siate arrivati  un po’ prima: un’ora fa era qui da me Giorgio Calabrese (noto produttore RAI di allora, oltre che famoso paroliere n.d.r.); sta cercando gruppi emergenti “impegnati” per una serie di trasmissioni televisive che andranno in onda la prossima primavera. Di certo sarebbe stato interessato a voi. Se siete d’accordo e mi lasciate la cassetta gliela mando…- Figurarsi, venimmo a casa da Milano con la stessa ansia di chi ha comprato un biglietto della lotteria e sta controllando il numero vincitore,  con i primi 7 numeri che corrispondono su 10! E dopo una settimana l’en plein!! Arriva da Roma la telefonata di Giorgio Calabrese che ci  aspetta a Roma per tre giorni per la registrazione della puntata televisiva, un miniconcerto di 35 minuti da esguirsi dal vivo negli studi di via Teulada…


Il Libro della Locanda delle Fate: 1978-2010



DALLO SBANDO ALLA REUNION


LO SBANDO DEL PROG

Dopo il rompete le righe del 1978 a seguito dello sbandamento del progressive italico e non, ciascuno di noi prese strade diverse, non necessariamente musicali. Ci avevamo provato ad essere più commerciali, avevamo dato ragione alla nostra etichetta incidendo New York, ma era un’altra cosa, non c’entrava con un gruppo che aveva vibrato di altri suoni e soprattutto di ben altre strutture musicali. Alan Sorrenti da incensiere era diventato figlio delle stelle e persino Banco, PFM e oltre manica Genesis si stavano ritingendo l’abito con qualcosa di più “commerciale”, tanto per non essere annientati dal punk e dalla disco music ormai dilagante. Ma era un boccone troppo indigesto, per noi che sulla musica neanche ci dovevamo campare…

L’ultimo atto fu l’abbandono della storica sala prove di corso Savona, che cedemmo ad un altro gruppo, con la spartizione degli strumenti di proprietà comune (non tutti lo erano, solo alcuni) in base ai rispettivi crediti. A Ezio ed Alberto andarono l’Hammond B3 con Leslie Lombardi LL20, le casse grandi amplificate 500W Lombardi con il magnifico prototipo ( mai commercializzato) mixer Davoli 24 canali, ciascuno con equalizzatore grafico, ed una Ovation; a Giorgio giustamente andò la Ludwig; a Michele ed Oscar toccarono l’ ARP Odissey, le due Elka e il Clavinet Hohner; a Luciano i monitor tastiere Lombardi e la pedaliera Davoli per basso (era un prototipo, chissà anche lei dov’è finita..). Poiché nessuno lo voleva, nella sala prove di corso Savona rimase, coperto da polvere, un Mellotron M400 bianco, non più funzionante, dove Giorgio ed Oscar avevano modificato il sistema di trazione dei nastri mettendoli in “loop” per ottenere il suono continuo. Lo acquistammo in svendita dallo studio Polygram di piazza Cavour al tempo in cui ci registravamo “Forse…” per 200.000 Lire, tanto lì nessuno lo utilizzava più. Chissà che fine ha fatto…E lì, nella cantina buia, “tra i resti di un tempo che i ricami della luce con la polvere trasformano...” rimasero pure tutti i tralicci reggifondale, compreso quell’enorme candido lenzuolo bianco che sospeso avvolgeva posteriormente il palco, dando continuità alle nostre divise bianche, per essere più permeabili alle luci colorate dei fari… 


RIMPATRIATE E TENTATE REUNION #1

Però, in verità in tutti questi anni noi locandieri non ci siamo mai persi realmente di vista.. sapevamo tutti perfettamente l’un dell’altro; Alberto, Ezio e Luciano che scrivevano canzoni per artisti vari, come pure sapevamo di Alberto che partecipava come cantante solista al “Disco per l’estate”, di Ezio che lavorava come chitarrista turnista ed arrangiatore per il gotha del cantautorato di allora, come pure di Giorgio che si divideva tra Italia e Svizzera con i suoi Oxigene. Si sapeva persino di Leo, trasferitosi per tanti anni a Porto Ercole dove aveva aperto un ristorante e dei contatti che allacciava nel mondo per tenere in vita il suo sogno, la sua “vera” locanda. Solitamente, una volta all’anno si faceva un giro di telefonate e ci si trovava una sera a cena ad Asti dal Francese (già storico ritrovo della band a notte fonda dopo le prove) a parlare dei tempi andati, salutandoci poi con la promessa che ci saremmo trovati presto, a studiare, a fare progetti. Le prime volte ci facevamo riservare addirittura una sala, in modo da fare riunioni serie. Poi, però, i telefoni si ammutolivano nuovamente.. Era come se ci si ritrovasse dopo anni con la persona amata, si riscoprissero emozioni e rossori, ci si dicesse che assolutamente non si sarebbe potuto continuare a vivere l’uno senza l’altra, per poi ritrovarsi l’indomani di nuovo sconosciuti tra la folla. Tante cose prevalevano: gli interessi ormai diversi, la sensazione di aver fatto insieme qualcosa di grande ma assolutamente non gratificato, l’essere titolari di qualcosa ormai prematuramente ed incredibilmente “vecchio”, che nessuno più voleva. “Dobbiamo fare qualcosa di nuovo!”, “Basta con quelle vecchie costruzioni barocche!”, “Con le idee contenute in uno di quei pezzi ci potevamo fare un intero LP!”: ecco i commenti che emergevano tra un amatriciana ed una pizza dal Francese.


HOMO HOMINI LUPUS

Così, nella seconda metà degli anni ’90, eccoci di nuovo lì in studio (il Tethastudio di Isola d’Asti) con i nostri strumenti e tante nuove idee, tanto slancio di fare cose nuove. Ma la reunion è solo finalizzata alla realizzazione del disco, di concerti non se ne parla, anzi, si escludono. Così non ci si preoccupa se vi sono delle sovraincisioni o degli effetti non eseguibili dal vivo. Ezio è il motore, convince tutti con la sua indiscussa genialità, si occupa degli arrangiamenti e dei suoni che devono essere come sempre perfetti nei minimi dettagli. Si portano in studio la corale di S. Secondo, la banda musicale di Asti, insomma si lavora ad un Kolossal, ad una specie di Sergeant Pepper’s… Noi ci trovavamo tutti insieme solo per buttare giù l’idea, per poi presentarci separatamente in sere diverse a registrare ad uno ad uno. Mancava però la magia della voce di Leonardo, a quel tempo ancora all’Argentario, ma si era deciso di dare al CD un taglio più pop-rock che progressive e quindi di non coinvolgerlo, anche se tutti concordano ancor oggi sul fatto che “Homo…” fosse un pezzo perfettamente cucito per la sua voce e la sua interpretazione. Poi un bel giorno, anzi una brutta sera, di punto in bianco e senza preavviso, non trovammo più in studio il piano di Michele; sentendosi evidentemente poco coinvolto, aveva così deciso di porre fine all’idillio…

Finimmo il disco in cinque e poi ci separammo per l’ennesima volta. “Homo”, che noi consideriamo comunque di pregevolissima fattura, uscì nel 1999; tutti si affannarono a dire che non si trattava di un disco Prog e scoprimmo così che l’acqua calda non per tutti era già stata scoperta… 


RIMPATRIATE TENTATE REUNION #2

Poi, si ritornò alle annuali rimpatriate, alle pizze e a tutto il resto… A volte si discuteva animatamente e gli antichi risentimenti prendevano il sopravvento. Finalmente, ad un certo punto, si trovò l’equilibrio e si decise che sarebbe stata “reunion”; ci saremmo stati tutti e sette i componenti di “Forse…”. Trovammo una sala prove a pochi passi da Piazza della Cattedrale e cominciammo dal rimettere su un pezzo inedito, ma che già eseguivamo live nei concerti degli anni ’70. Si trattava di “Crescendo”, un brano solo strumentale a cui avevamo deciso di aggiungere una parte vocale. Era un brano molto impegnativo, con ritmiche dispari da cardiopalma. Provammo tutto un inverno, sempre lo stesso pezzo: ogni settimana ci si ritrovava e ogni volta “Crescendo” prendeva connotati diversi, sempre differenti dalla volta precedente, ma non riuscivamo a “fissarlo”, ovvero a concretizzare quel che stavamo facendo. Ogni tanto spuntava anche il nostro vecchio produttore Nico Papathanassiou, che ascoltava, consigliava, esortava. Ma in realtà non ci erano chiari gli obbiettivi; per lo meno, non condividevamo tutti gli stessi. Alcuni, tra i quali Michele ed Ezio, volevano che il tutto fosse finalizzato più alla produzione di un nuovo album piuttosto che alla ripresa dell’attività live; altri, capeggiati da Luciano, erano più propensi al ritorno al più presto “on stage” con il vecchio repertorio, con al massimo un paio di brani nuovi, rimandando eventuali nuove produzioni solo dopo aver ri-acquisito la maturità “live”. A febbraio del 2006 parve prevalere questa seconda ipotesi e cominciammo a provare anche i pezzi storici, secondo un minuzioso calendario di prove a tappe forzate che ci avrebbe dovuto portare a luglio 2007 ad un concerto reunion ad Astimusica. Cominciammo da “Profumo di colla bianca”, ma la magìa durò poco; per una svariata serie di motivi validissimi (alcuni personali) l’impegno non era al massimo, specialmente da parte di chi “subiva” il progetto. Così, visto il persistere dei contrasti fra le due avverse fazioni, dopo una messa ai voti ci fu nuovamente il “rompete le righe”.


2010: LE LUCCIOLE SI AMANO ANCORA!!!

Una sera d’estate del 2009, dopo svariati contatti telefonici, ci si trova in campagna a casa di Giorgio: ci sono anche Luciano, Oscar e il “giovane” chitarrista astigiano Massimo Brignolo. L’idea è quello di mettere su un progetto musicale che riprenda la storia della Locanda, dal momento della sua fondazione in poi. Il progetto si chiama per l’appunto “Locanda 1971”. Le prime prove avvengono in autunno allo “Studio 32” di S. Damiano d’Asti; si esplorano i vecchi cult, tra cui ELP, King Crimson…. Risultato: un gran divertimento in un clima di perfetta serenità. Decidiamo quindi di metterci alla prova sempre di più e ci buttiamo su uno dei pezzi più “ostici” della Locanda: “A volte un istante di quiete”. Anche lì grinta e soddisfazione. Proviamo “Profumo di colla bianca” ed ecco ritornare la magia della vecchia cantina. Ci si guarda: ma Leo, dov’è? In quel momento tutti capiscono che le cover non esistono più, la vibrazione della “Locanda” ha preso il sopravvento. La settimana successiva arriva Leo; si sistema al microfono, parte la lunga intro e quando tocca a Leo, dopo mezza strofa la voce gli si rompe dall’ emozione… E’ di nuovo Locanda!!!

Manca però la magia del piano; il povero Oscar salta da una tastiera all’altra ma le mani sono sempre solo due e si esclude in modo tassativo di far ricorso a pre-registrazioni. Viene contattato Michele il quale, per svariati motivi non aderisce al progetto. Si cerca febbrilmente un pianista, ma i più declinano ritenendolo un ruolo troppo impegnativo. Finalmente ad aprile 2010 veniamo in contatto con il torinese Maurizio Muha, che vanta già blasonate collaborazioni musicali nel mondo del progressive. Maurizio viene contattato telefonicamente un venerdì, dandoci appuntamento per il martedì successivo a S. Damiano d’Asti per un provino senza impegno reciproco. “A volte un istante…” e “Profumo..” sono l’oggetto della prova, data l’ “ostilità” pianistica del primo brano e la magica atmosfera del secondo. Maurizio arriva puntualissimo, si sistema dietro il piano, posiziona uno spartito con degli appunti e parte con l’intro di “ A volte…”. Rimaniamo sbalorditi! Esegue il pezzo “al brucio” e perfettamente in sincrono con la batteria al cardiopalma di Giorgio. In “Profumo..” poi, dà ulteriore conferma del suo ”prog feeling”. Non c’è bisogno di prendere tempo: arruolato all’istante!

Si corre a dare conferma agli organizzatori di Astimusica 2010: La Locanda delle Fate riapre i battenti e il 17 luglio salirà sul palco.

Il resto è storia di oggi…

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